#22CongressoASFX: Chi comprerà gli NPL Bond?

Cosa succede con i crediti deteriorati delle banche?

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Cosa succede con i crediti deteriorati delle banche? – Succede che sono sulle pagine dei giornali. Ne parlano tutti e, data la tecnicità dell’argomento, le opinioni sono svariate. Facciamo un passo indietro. Tra il 2009 e il 2012 i crediti deteriorati, gli NPL (non performing loans), sono stati l’epicentro del crollo di alcuni sistemi bancari. Per risanarli, o per coprire le voragini della crisi finanziaria post-Lehman, i paesi europei hanno versato nelle banche circa 500 miliardi di euro. Le banche italiane, attente a non comprare troppi prodotti finanziari “strani”, invece in genere non accumularono perdite e non pesarono sul bilancio pubblico.

Come siamo arrivati a questo? – I 90mila fallimenti di imprese citati oggi da Visco a Torino al Forex alla lunga hanno picchiato sulle banche, che hanno dovuto registrare perdite sempre più consistenti sui prestiti effettuati. Oggi i crediti di qualità peggiore, le sofferenze, hanno superato i 200 miliardi, 85 miliardi al netto. Nel frattempo la normativa europea è cambiata. La politica non poteva accettare che i contribuenti andassero avanti a coprire le perdite delle banche e ha preteso il suo payback: se una banca non ce la fa, scatta il meccanismo di risoluzione e azionisti, obbligazionisti e – sopra i centomila euro – anche i depositanti sono chiamati a pagare, chi più, chi meno, il conto. Il bilancio pubblico non può più intervenire. Nel frattempo quelle banche italiane che avevano resistito alla prima fase della crisi, a forza di accumulare sofferenze e con la pressione delle nuove regole europee che richiedono sempre più capitale a fronte dei rischi, si trovano sempre più in difficoltà a fare il proprio lavoro: finanziare l’economia.

Bad bank? – Da più parti si chiede di liberare le banche del fardello, per consentire loro di fare più credito all’economia. Situazione che si è presentata già in altri paesi dell’UE. All’inizio della crisi in Germania, Francia, Olanda, Gran Bretagna i Governi hanno messo i soldi nelle banche, a volte diventandone proprietari. In Spagna e Irlanda hanno fatto confluire i crediti cattivi, gli NPL, in una “bad bank” sostenuta dai Governi. Anche in Italia si è chiesta a gran voce questa “epica” bad bank, ma la nuova normativa europea non la consente più.

Torniamo ad oggi – Il Tesoro, consapevole del problema, tenta di riaprire il mercato dei crediti NPL tramite le cartolarizzazioni, strumento che consente di raggruppare pacchetti di crediti deteriorati al fine di venderli ad una società fatta apposta per ogni banca. La società paga i crediti emettendo due tipi di obbligazioni: “senior”, cioè privilegiate nell’incasso e perciò sicure, e “junior”, cioè subordinate e quindi più rischiose. Le obbligazioni sono in prima battuta sottoscritte tutte dalla medesima banca, che poi spera di venderle o usarle come collaterale per finanziarsi. L ’obiettivo sarebbe la riduzione di circa 70 miliardi su 200. Anche se non serve il Tesoro per cartolarizzare crediti deteriorati, questo si rende disponibile a rilasciare una garanzia sulle obbligazioni “senior”, rendendole ancora più sicure, a condizione che un’agenzia di rating confermi che il rischio è basso. Per comprare la garanzia del Tesoro, la banca paga un prezzo normale di mercato. Giochi fatti? No, purtroppo. Per molte ragioni. Ma qualcosa di buono c’è.

Think positive – Definita la cornice per i prossimi anni, non c’è più nulla da attendere: le banche devono decidere se rimboccarsi le maniche e recuperare tutto il valore possibile dai crediti deteriorati; oppure vendere, negoziando al meglio e sperando di non perdere altri soldi nella cessione, perché chi compra vuole rendimenti al 10-15% all’anno almeno: e allora le sofferenze che le banche vendono devono costare molto poco. Un altro aspetto positivo dello strumento organizzato dal Tesoro è la liquidità. Le obbligazioni “senior” con la garanzia del Tesoro dovrebbero superare il problema relativo all’accesso alla liquidità della BCE: usando come sottostante crediti deteriorati, non è pacifico che una obbligazione “senior” sia idonea per il rifinanziamento BCE, ma ci sembra vi sia ottimismo. Su questo è necessario attendere chiarimenti.

E la downside? – L’aspetto più critico riguarda la cancellazione dei crediti dai bilanci delle Banche (la “derecognition”). Se le Banche non tolgono le sofferenze dai propri libri, si trovano con bilanci zavorrati e non viene rimosso il problema del rischio di credito ed il connesso “assorbimento di patrimonio”, che rallenta l’erogazione di nuovo credito all’economia. Su questo spinoso tema il Tesoro non può molto, né può la Commissione Europea. Esiste una normativa contabile internazionale, gli IAS/IFRS, che afferma la cancellazione del credito nel momento in cui vengono trasferiti tutti i rischi connessi al credito stesso. “Trasferiti” significa spostati in modo che ricadano su terzi, non ad una società creata appositamente dalla banca che si finanzia con obbligazioni sottoscritte dalla banca stessa. Fino a qui, superato il problema della ammissibilità delle obbligazioni “senior” da parte delle BCE, la banca che usa lo strumento del Tesoro pare abbia in mano la possibilità di finanziare una parte del portafoglio NPL, ma non anche di cancellare i crediti dal bilancio. Per raggiungere l’obiettivo più alto, la derecognition, è necessario vendere sul mercato sia le obbligazioni “senior” e le “junior” o, almeno, la gran parte delle obbligazioni “junior”. Altrimenti non si cancellano i crediti cattivi dai bilanci e non se ne esce.

Chi compra? – La speranza è che il mercato sia più vasto e meno esigente dei fondi di investimento che sono disposti a comprare direttamente le sofferenze. Le “senior” avrebbero un valore nell’intorno del nominale, cioè il 100%, perché sono per definizione sicure e, in più, garantite. Ma le “junior” sconterebbero il rischio, per di più concentrato. Le aspettative di rendimento degli eventuali acquirenti di queste dovrebbero essere superiori a quelle di chi comprerebbe direttamente i crediti NPL, perché le “junior” concentrano rischio maggiore. Quindi a quanto ammonta il rendimento richiesto annuo? Al 20%? Al 30%? Allora però il prezzo delle “junior”, che si muove al contrario del rendimento, sarebbe estremamente basso, anche sotto il 50% del nominale. E la banca che le vende subirebbe (ancora) perdite.

Infine, il percorso che porta alla risoluzione del problema sofferenze è lungo e faticoso. Passa, da un lato, da una ritrovata e diffusa capacità delle banche di guadagnare con business sostenibili, che consentano, se necessario, di fare sacrifici ma di pulire i bilanci; e, dall’altro, dalla costruzione della capacità di lavorare i crediti deteriorati con efficacia. I colpi di bacchetta magica non sono più possibili: l’intervento del Tesoro dei giorni scorsi mi pare l’abbia chiarito definitivamente.