Banche italiane sotto assedio #1

Le quattro accuse dei media internazionali alle banche

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sotto-assedio-1Le quattro accuse dei media internazionali e del mercato finanziario alle banche (NPL, titoli di Stato, credito e redditività). Alle quali abbiamo il dovere di rispondere.

L’assedio. I mercati finanziari internazionali, da un lato, e la stampa specializzata da Londra e New York dall’altro, continuano a guardare con crescente sospetto le banche del Paese. Stampa e finanza ragionano, pur con le specificità che sono loro proprie, in modo pragmatico e asciutto. Le banche europee ma soprattutto italiane vanno vendute in Borsa – secondo buona parte della finanza internazionale – perché non vanno bene e hanno troppi problemi che non stanno affrontando con la necessaria risolutezza. Alla stampa sempre più spesso il compito di spiegare il perché e commentare aggiungendo informazioni. Si tratta spesso (troppo spesso) di una luce che illumina troppo poco e in maniera non approfondita temi economico e finanziari che hanno ormai raggiunto le pagine della cronaca quotidiana. E dalla notizia all’accusa il passo è breve.

È possibile individuare quattro “accuse” essenziali e qualche corollario.

La prima “accusa” fatta alle banche è di avere 360 miliardi di crediti deteriorati nei bilanci, e ciò sarebbe insostenibile. A nulla vale argomentare sulle garanzie: dicono che erano ben più garantiti i crediti deteriorati del 2012 in Irlanda e in Spagna, perché si trattava di crediti immobiliari mentre i nostri sono soprattutto verso imprese e famiglie.

A nulla vale ricordare che i crediti di qualità peggiore, le sofferenze, hanno accantonamenti già fatti per 120 milioni su 200 miliardi e quindi restano al netto “solo” poco più di 80 miliardi. Da Londra e New York questi sono dettagli, si deve ragionare in maniera semplice e la qualità del credito, semplicemente, appare brutta, molto brutta.

La seconda “accusa” è che le banche siano piene di titoli di Stato. Questo sottende un’altra affermazione semplice: l’Italia, da New York, ha un debito pubblico non sostenibile se non per l’azione della BCE che potrebbe però cambiare atteggiamento, cioè smettere o ridurre gli acquisti che il QE continua a consentirle. In tal caso le banche italiane si troverebbero nei bilanci BTP che valgono meno, anche senza arrivare all’eccesso della ristrutturazione del debito pubblico italiano, che è ritenuta possibile ma non probabile. Da noi non se ne parla, abbiamo i nostri spazi per recuperare e, se lo Stato è indebitato, le famiglie invece sono poco indebitate e patrimonialmente, in media, ricche. Tuttavia, ragionando semplicemente, questi sono dettagli. Esiste il rischio che i titoli di Stato italiani perdano valore? Per noi operatori del sistema bancario, no. Per i mercati internazionali sì. Semplicisticamente questa è una debolezza importante per le banche italiane che hanno 415 miliardi di titoli governativi nei bilanci. Se questi titoli perdono il 10%, ciao banche.

La terza “accusa” riguarda il modo di fare credito. Da New York appare bizzarro che da noi si prestino soldi ad imprese che perdono soldi, perché è probabile che avranno nel futuro altre difficoltà e i crediti saranno ancora di più a rischio. In particolare, si dice, i prestiti sono remunerati pochissimo in termini di tasso di interesse. Quindi non sta in piedi.

Se si presta a imprese rischiose, gli interessi devono essere molto alti per compensare il rischio. E non è possibile, nella visione internazionale, continuare a finanziare imprese scassate, e a tasso prossimo a zero, sperando che si rimettano a posto.

Ragionando semplicemente, non accadrà. E la perdita sarà più grande, nel tempo, con in più il danno di aver tenuto in piedi imprese che non avrebbero avuto il diritto di sopravvivere. Qui è facile argomentare che, dopo otto anni di crisi, è dura trovare tantissime imprese che prosperano. Ma a rigor di logica le imprese che non funzionano ora non funzioneranno in futuro e, anzi, dilazionarne la fine è peggio sia per l’impresa (risorse tenute impegnate a tentare una improbabile ripresa), sia per la banca (che in cambio di pochi ricavi si porta a casa la certezza di perdere molto tra un anno o due). A livello internazionale non è comprensibile perché in Italia dobbiamo usare il credito bancario in questo modo. L’impresa inefficiente deve fallire e lasciare spazio a nuove imprese. In Italia non è così; e il sospetto che sia perché si desidera tenere in vita aziende bollite per finalità diverse da quelle proprie del business bancario si alimenta con grande facilità.

La quarta “accusa”, parzialmente legata alla terza, è di non avere fatto nulla per recuperare redditività (e di avere poche idee per come recuperarne nel futuro).

Argomentare che con i tassi a zero è dura fare banca in maniera tradizionale vale, ancora una volta, poco.

Chiedono quanti sportelli abbiamo chiuso, come abbiamo innovato, sulla base di quali piani futuri pensiamo di poter far rendere il capitale investito nella banca nel prossimo futuro. E se non hai un rendimento che superi il “costo del capitale” gli investitori, in borsa, vendono.

Per fortuna è stata in buona parte rimossa la quinta “accusa” che i mercati internazionali e la stampa avrebbero potuto muovere: quella di una governanceinaccettabile, arcaica, non funzionale al cambiamento necessario. É intervenuto il governo con la riforma delle popolari e delle banche di credito cooperativo. Intervento provvidenziale. Sento ancora le voci che dicono “dalla riforma solo guai per le popolari e le cooperative, guardate quante banche commissariate e la brutta fine delle venete e dei risparmiatori truffati”. E mi ricordo che quando il dito indica la luna, l’imbecille guarda il dito. Quelle banche hanno devastato territori, tradito risparmio, condannato parti importanti del Paese alla sofferenza. Quelle banche non hanno rappresentato una ricchezza per il loro territorio, bensì una sottrazione netta di valore che solo i prossimi decenni ci consentiranno di leggere nella sua interezza.

Prendiamo quindi nota che questa bizzarragovernance non c’è più.

Un problema in meno. Con tantissimi auguri di buona fortuna alle nuove gestioni. Ne avranno bisogno per ricostruire fiducia e competenze.

Sullo sfondo di tutto ciò, un grande punto di domanda: con l’ambiente regolamentare europeo difficile e in considerazione delle accuse, riusciranno le banche a trovare ulteriore capitale ove servisse per coprire eventuali ulteriori problemi, o anche per supportare lo sviluppo? La risposta è in media molto dubitativa.

Quindi da New York e Londra si fa a gara con penna, calamaio e tweet a chi dice di più e peggio delle banche tricolori (anche europee, ma con noi è peggio per via dei BTP e dei crediti deteriorati) e gli investitori vendono in Borsa perché, molto semplicemente, pensano che domani sarà peggio.

Hanno ragione? Possiamo pensare di no. Ma se vogliamo convincere i mercati dobbiamo rispondere alle accuse, a tutte, e per alcune serve molto tempo. Non lo facessimo, ci troveremmo in un guaio più grosso domani quando dovesse essere necessario contare sulla finanza internazionale. L’autarchia finanziaria in un mondo interconnesso e globalizzato non ha più alcuno spazio.

Non credo sia una buona risposta inveire contro la speculazione selvaggia. C’era anche quando le banche italiane valevano cinque o dieci volte tanto e non ci siamo certo lamentati.

Dobbiamo invece trovare il coraggio delle risposte giuste.

Quali? Stay tuned.