Fintech: opportunità per tutti o occasione per pochi?

Lettera aperta a Luca de Biase sul fintech in Italia

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Dai sistemi transazionali al peer to peer lending, in Italia manca una roadmap condivisa tra fintech e banche che metta al centro il cliente e l’evoluzione dei sistemi. Da una riflessione su questi temi ne è nata una lettera aperta a Luca de Biase, che ringrazio per la risposta e le utili considerazioni.

 

Tecnologia e processi digitali hanno le carte in regola per cambiare il modo in cui si fa finanza. La velocità con la quale l’innovazione si propone in tutti i segmenti dell’operatività finanziaria sorprende e consente di immaginare un futuro diverso; ma può creare anche disagio in chi non vuole o non può aprirsi al cambiamento.

 

Il presente ed il futuro non sono fatti per chi si sente a disagio. È un’evoluzione naturale, e per chi non è pronto la via è solo l’estinzione. Non parlo chiaramente di persone, bensì di realtà economiche ed imprenditoriali.

 

Il Fintech in questo senso può far paura. Anche a chi è pronto ad abbracciare il cambiamento. Ma cos’è il Fintech? Con Ambrosetti, nostro partner nel percorso “Fintechnology Forum”, l’abbiamo definito come “la possibile disruption del sistema bancario e finanziario grazie all’utilizzo di strumenti tecnologici innovativi”. Un insieme completo di soluzioni sulle quali il sistema economico, il regolatore e il legislatore, gli imprenditori del settore, e certo anche i tecnologi, sono chiamati a riflettere per capire dove andare, con quali strumenti, in quali ambiti normativi.

 

Si tratta, in una gestione coerente e legittima, di una grande opportunità per il cliente e per le banche, quantomeno per quelle che capiscono la necessità di evolvere subito.

 

L’innovazione nel settore bancario è diventata centrale e permea ogni attività. Il fatto è che deve esistere un Fintech dentro la banca; che genera “cose nuove” per i clienti e che impatta sul modo di lavorare, per esempio rendendo progressivamente più superfluo il numero già elevato di sportelli bancari o di device, con conseguenze enormi sugli addetti, anche se sane per l’economia nel suo insieme.

 

C’è poi un Fintech che si sviluppa fuori dalla banca. Un’onda innovativa di cambiamento nel modo di fare attività che un tempo erano di esclusiva competenza degli istituti di credito e che oggi trova libero spazio di sviluppo in assenza dei vincoli, soprattutto regolamentari, che nell’ambiente banca ne paralizzerebbero le speranze.

 

Vi sono, però, dei nervi scoperti. I dati, ad esempio. L’utilizzo massivo di dati per ottenere informazioni sui clienti che richiedono finanziamenti è un’ottima cosa. Un’attività che credo possa essere svolta meglio dentro un istituto di credito, che ha accesso ai dati per definizione.

 

La differenza sta nel “metterci la faccia” davanti al cliente che vuole investire. Il rendimento è certo più basso, ma il rischio cui altrimenti il cliente si espone è proporzionalmente più alto.

 

La tecnologia è un ottimo acceleratore e, se il modello di distribuzione del credito del peer-to-peer funziona, le banche devono svilupparselo in casa, recependo stimoli e contaminazioni dai player innovativi Fintech che per natura devono pensare e vivere all’esterno della banca.

 

Continuare ad essere banca domani e riuscire ad innovare metodi e processi del sistema finanziario tradizionale sono le vere sfide che non tanto i regolatori quanto i nostri clienti ci chiedono. É un dovere, per tutti gli operatori del sistema bancario, saper cogliere queste sfide.