#IFISpassion
Andrea Grigolon

Web Performance

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Torna #IFISpassion, ma questa volta lo fa zaino in spalla. Sì, perché Andrea Grigolon, dell’ufficio web performance, ci racconta la sua incredibile vacanza in Oriente, tra Malesia, Borneo e Singapore. Un viaggio entusiasmante, tutto da vivere!

“Eccomi qui, a più di un mese dal mio rientro, seduto davanti al PC con gli occhi ancora sognanti mentre cerco le parole giuste per descrivervi due settimane di emozioni fatte di persone, luoghi, colori e animali.

L’esperienza “zaino in spalla”, per come la concepiamo io e la mia ragazza, si potrebbe definire una piccola maratona di viaggio contraddistinta da continui cambi di location usando mezzi pubblici o trasporti alternativi, ma soprattutto il più possibile fuori dalle rotte turistiche abituali.
Ma ora basta preamboli, passiamo ai fatti!

Malesia Peninsulare

Il nostro viaggio parte da Singapore, ma non parleremo di questa città perché non contenti di 30 ore di volo siamo subito decollati poco dopo per la prima tappa del viaggio: Penang, situata a nord della Malesia Peninsulare.
Penang, o George Town, è la vecchia Singapore, il porto franco della Malesia, e proprio grazie a questo status,¬ negli anni è stata piacevolmente contaminata da due culture, quella cinese e quella indiana, al punto che la città è una vera fusione di cibi, costumi, religioni e lingue.
Passeggiamo per una città senza tempo, dove le case coloniali inglesi si affacciano alle ricche pagode dei clan cinesi o ai coloratissimi templi induisti: in una via sentirete musica indiana, in un’altra quella tradizionale cinese (entrambe ovviamente sparate a tutto volume nelle botteghe dei commercianti), assaggiando i cibi tradizionali di tutta l’Asia una bancarella dietro l’altra e cercando in ogni vicolo i murales del noto artista Ernest Zacharevich.
Il terzo giorno ci svegliamo alle 5.30 e prendiamo un pullman che in 5 ore ci porterà alla seconda tappa del tour: le Cameron Higlands, patria del verde senza fine. Cameron Higlands è un altopiano nel cuore della Malesia peninsulare, circondato da foreste, in cui gli inglesi hanno trovato il clima favorevole per coltivare loro affezionatissimo the, risultato: verde ovunque!
Noleggiamo uno scooter e iniziamo l’esplorazione dell’altopiano: passeggiamo per le piantagioni mangiando fragole appena raccolte, prendiamo uno dei tanti sentieri nella foresta ammirando fiori e piante, insomma relax a 360°.
Così vola il tempo e ci troviamo il quinto giorno a fare colazione alla stazione degli autobus in attesa del nostro trasporto per Kuala Lumpur: 4 ore di viaggio con un autista che guidava sui tornanti mangiando una zuppa, la sicurezza prima di tutto!

Kuala Lumpur è una città moderna piena di grattaceli, tra cui le famose Petronas Tower, ma nella loro ombra si nascondono quartieri tradizionali cinesi (stranamente anche lì c’è una China Town) e indiani (Little India ovviamente) in cui perfino i cartelli stradali sono in lingua.
Esploriamo la città in lungo in largo, mangiamo nelle food court di ogni quartiere e poi prendiamo il treno per raggiungere le Batu Caves, i santuari induisti che sorgono nelle montagne a nord della capitale. Qui un monaco ha deciso di farmi partecipare alla costruzione del nuovo templio facendomi portare una mattonella per 200 scalini.

Borneo

Ammiriamo l’alba del settimo giorno di viaggio dall’oblò di una aereo diretto in Borneo, atterriamo dopo due all’aeroporto di Tawau che è così grande da avere il piano decolli e atterraggi scritto a penna su dei fogli appesi al muro d’ingresso… Sfrecciamo a bordo di un taxi a non so quale folle velocità (contachilometri rotto ovviamente) per le piantagioni di olio di palma fino al porto di Semporna, dove ci aspetta una barca diretta a Palau Mabul, un atollo in mezzo al tratto d’oceano che divide Borneo e Filippine.
L’isola di Mabul, l’unica isola abitata dell’arcipelago di Semporna, è un piccolo angolo di paradiso in cui i due umili villaggi di pescatori si scontrano con l’esplosione turistica che sta avvenendo dal 2016, anno in cui sono stati debellati i pirati. Sì, i pirati! Non quelli con la benda e la gamba di legno ma bensì quelli moderni che fino a due anni fa saccheggiavano le isole e rapivano i pochi turisti presenti. Ora, però, grazie alla presenza di una nave da guerra di stazza nell’arcipelago e ai continui pattugliamenti, ci si può godere questo paradiso in tutta sicurezza.
Qui abbiamo passato tre giorni incantevoli nuotando nella barriera corallina in compagnia di razze, mante e tartarughe marine; assaporato pesci e granchi appena pescati dai pescatori locali e ammirato albe e tramonti incredibili sull’oceano indiano.
A malincuore ci rimettiamo le scarpe e raccogliamo gli zaini, montiamo in barca e torniamo a Semporna, dove un pullman ci porta alla seconda meta del nostro itinerario, Sepilok il paese degli Oranghi.
Dopo 7 ore di viaggio con un autobus senza freni (ha rimosso le pinze posteriori a metà viaggio perché si sono bloccate in corsa) attraverso le piantagioni arriviamo in tarda serata in questo piccolo resort ecosostenibile in mezzo alla foresta, dove la nostra stanza sopra la cisterna d’acqua ci attende insieme a non so quante bestie strane.
Il giorno seguente è dedicato interamente ai primati: prima visitiamo il centro di riabilitazione degli oranghi e poi il santuario delle Labuk monkeys, o scimmie dal nasone. Dopo un giorno a scarpinare nella foresta con il 100% di umidità a 40° e un temporale tropicale torniamo in stanza a preparare lo zaino in vista della partenza della mattina.
Altra auto che sfreccia a folle velocità per le piantagioni, zaini caricati nel vano posteriore del pickup che rischiavano di cadere fuori ad ogni buca, arriviamo alla meta più selvaggia della vacanza: Il fiume Kinabatangan.
Scopriamo che la guida, Osman, contattata via whatsapp grazie alle doti di web-stalker della mia ragazza, esiste, e ci sta aspettando sul fiume. Osman ci carica in barca e ci porta a casa a scaricare gli zaini per poi subito ripartire per quella dei suoi genitori in cui abbiamo festeggiato insieme alla sua famiglia il battesimo musulmano dell’ultimo dei suoi innumerevoli figli. Appena dopo pranzo carica noi e un’altra coppia di ragazzi tedeschi (sempre ospiti in casa sua) in barca e sfrecciamo per il fiume con un unico obiettivo: gli elefanti.

Passano quasi due ore, nel frattempo incrociamo coccodrilli, oranghi, scimmie, cicogne e molto alto; poi tutto d’un tratto da dietro un canneto sbuca una lunga proboscide, eccoli! Una colonia di circa trenta esemplari quasi tutte femmine con i loro cuccioli, uno spettacolo incredibile.
Siamo al 12° giorno, il tempo sta per scadere, dopo una notte a casa di Osman facciamo un ultimo giro in barca all’alba e poi ritorniamo a Sepilock, dove abbiamo prenotato un “flight bus” (un vero e proprio autobus volante, ad eliche!) serale per Kota Kimabalu, notte di scalo e la mattina all’alba prendiamo il primo aereo per Singapore.

Singapore

Sinceramente lo volevamo considerare un semplice hub per il volo internazionale, non ci invogliava visitarla, ma per problemi logistici abbiamo optato per una notte e un giorno in questa città stato, rivelatasi incredibilmente bella. Singapore non è solo il Marina Bay e il parco retrostante, posti indubbiamente bellissimi e da visitare. La cosa più affascinate, infatti, è l’integrazione tra la tradizione e la modernità.
Camminiamo in una città pulita e moderna, svoltiamo l’isolato e ci troviamo di fronte al templio di China Town, attraversiamo il quartiere classico per entrare in un nuovo isolato di grattacieli e giardini verticali per poi immergerci in Little India dall’onnipresente profumo di curry.
Così arriva sera e a malincuore ci ricarichiamo in spalla gli zaini e andiamo ad affrontare il viaggio di ritorno, fisicamente provati ma con la mente piena di ricordi e il cuore colmo di emozioni”.