Innovazione: o ti distingui o ti estingui

Come fare a mettere d’accordo crescita e diseguaglianze

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davos-day2Seconda giornata con qualche ulteriore stimolo al World Economic Forum 2017 di Davos. In particolare è stata illuminante la tavola rotonda sull’Europa e su come fare a mettere d’accordo crescita e diseguaglianze.

Ne è uscito un ruolo di primo piano per l’innovazione intesa come strumento utile ad aumentare la crescita, lasciando più spazio per la riduzione, se non proprio per la chiusura, delle disuguaglianze. Allo stesso tempo, va mantenuto in vita un percorso di crescita che appare a tutti necessario per venire a capo dei problemi europei.

Il discorso si è sviluppato rapidamente dal tema “innovazione” al tema “trasformazione digitale”. Anche alcuni autorevoli esponenti della burocrazia e della politica europea hanno evidenziato che la trasformazione digitale non è più – e forse non è mai stata – cosa da lasciare nelle mani delle imprese che fanno information technology. È emersa, nel tempo, la consapevolezza della necessità di fertilizzare la globalità delle imprese con la coscienza della potenza della trasformazione digitale. Quindi non solo tecnologia, ma anche management, risorse umane, business e quant’altro rappresentano il cuore di ogni impresa.

Sono volate anche parole forti.

La posizione diffusa è che un management che non abbracci in maniera oltremodo determinata la trasformazione digitale sia un cattivo management.

Sintetizzando al massimo: senza digitalizzazione il progresso rallenta e l’impresa, se anche riesce a stare sul mercato, è destinata ad occupare posizioni progressivamente sempre più marginali e di retroguardia. Pertanto è bene che lasci spazio ad altre imprese più performanti e con management più adatto alle situazioni, invece di occupare parti del mercato impedendo ad operatori potenzialmente più performanti (ma probabilmente meno strutturati) di crescere più rapidamente, come è interesse del mercato, della società, in definitiva di tutte le imprese. E, si badi, non era un discorso fatto da rivoluzionari del Mercato bensì da soggetti bene inseriti nelle logiche dell’Unione Europea. Ho pensato a molte imprese italiane lontane dall’approccio alla trasformazione digitale, che sopravvivono grazie alle relazioni o allo storico collocamento concorrenziale. È evidente che queste imprese sono destinate, nel lungo termine, a perdere posizioni e alla fine, a soccombere.

Oltre a questo, come non applicare il tema della permeabilità alla trasformazione digitale ad alcune delle nostre banche, refrattarie sia a far entrare l’innovazione in tutti i processi e in tutte le aree del business, sia a portare i temi del digitale – non fine a se stesso ma come strumento di promozione del business e, in definitiva, dell’azienda – all’interno dei consigli di amministrazione?

Lo dice anche Banca d’Italia: i consigli di amministrazione devono avere una consapevolezza dei temi connessi all’informatica e, indirettamente, al digitale e all’innovazione tale da metterli nelle condizioni di guidare la banca che amministrano e a cui dettano le linee strategiche verso un futuro prospero e funzionale alle esigenze del cliente e al miglior funzionamento del mercato.

Mi chiedo, tuttavia, quanta di questa consapevolezza innovativa risieda in consigli di amministrazione popolati da rappresentanti di interessi, di categorie, di gruppi, con una modesta propensione a pensare a ciò che sarà il futuro in una visione di tre o cinque anni, e con una più spiccata attenzione a tutelare gli interessi delle categorie che rappresentano piuttosto che l’azienda che guidano. Non è questo il modo di fare innovazione, né trasformazione digitale. E sono certo, nonostante non abbia bisogno di interpretazioni, che nemmeno la vigilanza bancaria abbia mai avuto in mente qualche cosa del genere.

Abbiamo bisogno di un grande balzo in avanti, senza il quale la gran parte delle banche italiane resteranno condizionate da una scarsa consapevolezza sulle potenzialità della trasformazione digitale.

Ognuno, naturalmente, pensa per se. Ma ognuno, sapendo pensare, può immaginare quale sia la volontà di pianificare trasformazioni digitali, che richiedono lunghi anni per scaricare a terra i loro effetti, da parte di esponenti di consigli di amministrazione o molto in là con gli anni, o poco avvezzi a parlare di innovazione, o addirittura intenzionati a muoversi all’interno dei consigli quali portatori di interessi specifici anziché di sviluppo a medio lungo termine.

Alcune correzioni nella governance delle nostre banche sono state apportate per legge, anche se non perdiamo occasione per fare un due passi in avanti ed uno sistematicamente indietro. Ma resta ancora tantissima strada da fare. Prima la facciamo e meglio sarà. Come sempre, il costo del non fare è elevatissimo e a fare le spese dell’inefficienza è prima di tutto il consumatore, quindi il Paese. Il fatto che questi costi siano diffusi, e gravino su centinaia di migliaia o milioni di persone non può esimerci dal ragionare sulla dimensione di questi costi. Sono enormi. È bene che ce ne rendiamo immediatamente conto. E che cambiamo, immediatamente, direzione.