Le banche possono guadagnare facendo credito

Alla luce del sole

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on LinkedInShare on Google+Share on WhatsApp

banche-guadagnare-creditoMa servono una nuova progettualità e una disponibilità al cambiamento che per ora si vedono poco.

E se davvero alle banche italiane mancasse capitale per 102 miliardi di euro? Capitale che servirebbe per fare tutti gli accantonamenti sui crediti deteriorati, sofferenze e inadempienze probabili, non fatti nel passato? La domanda, insidiosa, deriva dalle stime che Luigi Zingales ha fatto per la sua rubrica “Alla luce del Sole” su Il Sole 24 Ore (qui). Il Professore ha preso spunto dall’osservazione di alcune dinamiche recenti sul deterioramento dei crediti e dal risultato della vicenda della Bad Bank del Banco di Napoli (che sembra, a sentire qualche osservatore, non andata poi tanto male) e ha successivamente proiettato quei risultati sui crediti deteriorati delle banche italianeL’esercizio è ardito e Zingales, che conosce molto bene il tema, non lo nasconde. Ogni credito deteriorato è diverso da un altro; e generalizzare a colpi di slogan equivale a dimostrare di non aver capito o di non avere la pazienza per approfondire.

Credo che il calcolo di Zingales non abbia l’ambizione o l’obiettivo di far correre tutte le banche a dichiarare improbabili aumenti di capitale. Leggiamolo come una intelligente provocazione, che è meglio.

Sono convinto che alle banche italiane in media siano mancate e manchino, prima del capitale, idee, risorse, coraggio, progettualità.

Zingales si concentra sull’aspetto più materiale. È importante conoscere le dimensioni potenziali del problema anche se esso ci arriva dal passato; lo sappiamo da anni, era ora che qualcuno provasse a misurarlo, anche se tutti guarderanno altrove (troppo scomodo pensare alle conseguenze del problema quando non è possibile risolverlo). Ma non è tutto.

Vi fossero idee, o capacità, o progetto, basterebbero assai meno soldi o non servirebbero per niente.

Zingales pone l’accento sull’aspetto dei numeri che non tornano, in un modo che definirei “statico”. Cioè guarda il presente con gli occhiali di un passato non disastroso (il sistema è in difficoltà oggi, non si può dire in media lo sia stato negli anni le cui vicende Zingales osserva, quantomeno con gli occhi di allora).

Ciò che nell’articolo non si dice direttamente è che se il sistema bancario continuerà a fare le cose nello stesso modo di sempre, difficilmente otterrà risultati diversi da quelli ottenuti nel passato. I crediti deteriorati sono tutti diversi uno dall’altro ma oggi non c’è, come è stata per il Banco di Napoli, l’inflazione a gonfiare i valori degli immobili a garanzia, né la si vede all’orizzonte. I tassi di interesse per contro sono bassi e riducono i costi derivanti dal tempo necessario al recupero (costi di attualizzazione) mentre gli interventi normativi a favore delle banche creditrici recentemente emanati valgono perlopiù solo per le nuove erogazioni, lasciando invariata la prospettiva dei crediti deteriorati risultanti da erogazioni già fatte. Cioè troppo tempo, lustri, decenni, per recuperare qualche soldo. Tutto sommato la situazione non è marcatamente migliore del passato anzi, l’eccesso di credito deteriorato può peggiorare le performance delle funzioni dedicate al recupero, che si vedono assegnare un numero di casi esploso senza strumenti davvero migliori di dieci o vent’anni fa.

Per questo se continuiamo a fare le cose nello stesso modo, otterremo risultati simili o peggiori.

Che fare?

Servono idee, capacità nuove, innovazione, progettualità, immaginazione.
Se le banche non tornano a guadagnare, difficilmente riusciranno a smaltire la zavorra.

Non è impossibile scaricarne il peso, ma serve riuscire di nuovo a realizzare quei margini che consentano di fare credito come si deve, accantonando il giusto per tenere conto delle rettifiche necessarie, e serve tempo, più tempo di quello che forse abbiamo, ma questa non è una buona ragione per non muoversi subito.

Non è facile. Per questo sono necessarie capacità nuove e immaginazione. Non è lavoro di tre mesi e neppure di un anno. Per questo servono progettualità a lungo termine ed una capacità imprenditoriale che sembra mancare.

E non basta più nemmeno trovare qualche opportunità che consenta di sistemare i conti per uno o due anni (come è stato con il carry trade sui titoli di stato, gioco ormai finito o marginale): le banche devono trovare i margini nel prestare alle imprese e alle famiglie, anche in questo contesto di tassi bassissimi che certamente non cambierà in fretta. Perché se l’attività di prestito alla fine genera solo perdite, essa verrà ridotta sempre di più, magari a vantaggio di altre attività più redditizie, come la vendita di prodotti di risparmio capace di generare rotonde commissioni, finché dura e il cliente non protesta.

Se il sistema non riprende a guadagnare facendo credito, cioè se il bilancio dell’attività creditizia è in perdita, esso sarà sempre più ridimensionato. Cioè verrà erogato sempre meno credito.

È ovvio. Aldilà delle dichiarazioni pubbliche, per tutelare quale interesse extra-sociale una banca dovrebbe mettere i suoi soldi là dove guadagna nulla o perde? Ne metterà di meno. E le piccole imprese e le famiglie che fanno più fatica saranno marginalizzate. I numeri a volte raccontano una realtà diversa ma in molti sappiamo che il credito per interi settori dell’economia si è rarefatto o è scomparso. Rischiamo la desertificazione di interi settori produttivi.

Per guadagnare di nuovo con il credito serve aumentare i margini e ridurre i costi. Entrambe le cose, una da sola non può bastare. Aumentare i ricavi è possibile migliorando i servizi, la loro utilità e la percezione da parte dei clienti, innovando radicalmente l’offerta, usando il digitale e il fintech non perché sono di moda ma perché sono necessari per prosperare.

Se facciamo credito nel modo di sempre otterremo solo i soliti (poveri, in media) risultati di sempre.

E serve anche ridurre i costi per prodotto. Non vuol dire necessariamente spendere meno, ma è necessario far crescere i ricavi molto, ma molto più rapidamente dei costi, se non si vuole usare il bisturi. E se è compatibile con le possibilità offerte da un mercato estremamente attento.

Di certo non è compatibile continuare con la “vendita” di prodotti dalla banca agli sportelli, e dagli sportelli, in qualche modo, ad un cliente sempre più attento. Sono convinto che il tema siano gli sportelli, intermediario sempre meno utile.

Gli sportelli, nel numero di oggi, in un mondo sempre più digitale sono un costo insostenibile, una bizzarra anomalia, un residuo del passato.

La distribuzione va on line. É così per tutti i prodotti, ormai ci sono arrivati anche l’automobile e l’abbigliamento da un pezzo, il food, i ricambi, il bricolage, la telefonia, i giocattoli, i libri, i film, i viaggi e le assicurazioni. Ma davvero le banche pensano di resistere? Di identificare negli sportelli un valore, una ricchezza per il territorio? Nessuno vuole più andare allo sportello bancario. Qualcuno ogni tanto deve, ma sempre meno, per sempre meno attività. E il tempo della fierezza dell’essere addetto allo sportello è finito per sempre.
Il digitale; nuovi prodotti che il cliente senta utili, se non necessari; una distribuzione cortissima e focalizzata sul cliente come singolo soggetto; una ritrovata capacità di innovare in banca, con l’orgoglio di fare il bene del cliente insieme agli interessi dell’Istituto; un’attenzione estrema ai costi e la capacità di controllarli per singola unità di business senza compensare le croniche perdite di alcuni settori con utili provenienti da altri. E tanta, tanta determinazione a cambiare, innovare, con la consapevolezza della lunghezza della strada da fare, per la quale serve una lungimiranza che non si esaurisce nella brevità di un mandato.

Cambiando radicalmente il modo di fare le cose il sistema bancario italiano otterrà risultati nuovi. Altrove è successo. Possiamo farlo quindi dobbiamo, per smentire con i fatti le proiezioni di Luigi Zingales. Non lo facessimo, potrebbe avere ragione lui.