#WEF18, diciamocelo: che differenza dal 2013!

Una sintesi dei principali temi del WEF 2018

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on LinkedInShare on Google+Share on WhatsApp

Con l’Italia non più al centro dei riflettori come problema per la tenuta dell’Euro, le discussioni del Forum globale si sono concentrate su esportazioni, blockchain/criptovalute e sicurezza dei dati.

 

Il quarto ed ultimo giorno del World Economic Forum a Davos si chiude all’insegna della mezz’ora di Donald Trump. La comparsata, per la verità, delude la maggior parte degli osservatori. Non occorre ascoltare il veterano Joseph Stiglitz, detrattore storico del presidente USA, per intendere una certa debolezza retorica nel racconto trumpiano. E se le aspettative della vigilia sono rimaste così in parte insoddisfatte, non altrettanto si può dire per le altre discussioni. Tralasciando i molti, importanti temi che hanno a che vedere con il ruolo delle donne nella società, con le ineguaglianze, con la tutela dell’ambiente, con la medicina e la crescita della tecnologia, e concentrandoci invece su aspetti più strettamente finanziari, portiamo a casa alcuni messaggi rilevanti. Il più importante, forse, sta nel fatto che nel 2018 potremmo vederne delle belle in fatto di temi valutari. Il botta-e-risposta degli ultimi giorni tra autorità statunitensi ed europee è terminato, per ora, in una chiamata collettiva ad evitare danni da guerre valutarie. Ma durerà? È chiaro che agli USA, motivati ad aumentare la crescita interna con un dollaro debole, sotto certi punti di vista fa comodo. Significa favorire l’export americano verso altri Paesi e soprattutto generare una barriera all’importazione di prodotti di qualità elevata provenienti soprattutto dall’Europa, oppure di massa e a basso costo provenienti dal Far East. I prodotti importati cambiati in dollari costerebbero di più, favorendo le imprese che producono negli Stati Uniti e danneggiando evidentemente gli esportatori di altri Paesi.

 

Ma un dollaro debole ha anche altri effetti collaterali. Si pensi solo al fatto che il dollaro, oggi, è considerato valuta di riserva del pianeta e, se dovesse scendere di valore nella comparazione con le altre monete, non è detto che le banche centrali e gli investitori degli altri Paesi continuerebbero a detenerlo con la stessa, affamata voglia. La retorica dell’amministrazione a stelle e strisce è dunque sempre favorevole a dire che nel breve termine il dollaro basso aiuta l’economia, ma nel medio lungo termine il desiderio è di avere un dollaro forte per continuare a vederselo comprare a piene mani, e così finanziare un debito che – in valore assoluto – non ha eguali nel pianeta.

 

Poi si è passati alle criptovalute. Gli osservatori concordono, senza nessuna esclusione, nel separare la tecnologia sottostante le criptovalute – e cioè blockchain, le cui potenzialità sono ancora largamente inesplorate e che rappresenta un oggettivo strumento di miglioramento per ogni tipo di transazione – dall’utilizzo della stessa tecnologia per la creazione di criptovalute. Queste, dal Bitcoin ad Ethereum, Ripple e altre, dovranno immediatamente essere considerate alla stregua di qualsiasi altro asset finanziario. Quindi: A) non deve essere possibile effettuare operazioni in criptovalute in forma anonima, e ciò perché l’anonimato è il brodo di coltura della criminalità e della trasgressione; B) come per ogni attività finanziaria, comprese le valute tradizionali, eventuali utili e perdite devono essere sottoposti a tassazione. Non si capisce, infatti, perché se guadagno investendo in sterline inglesi o in franchi svizzeri debba pagare le tasse, ma se invece investo in bitcoin no. Naturalmente il combinato effetto di A+B, unito al fatto che i risparmiatori vogliano da una valuta liquidità e sicurezza, renderà le criptovalute assolutamente meno attraenti di quanto siano oggi. In più va tenuto presente che le valute tradizionali sono emesse da banche centrali, quindi da controparti totalmente affidabili, mentre le cryptocurrencies sono invece frutto di organizzazioni spesso oscure. Opinione diffusa negli operatori in Svizzera è che si tratti di un fenomeno da non censurare, ma allo stesso tempo da non incentivare. Certo è che i risparmiatori debbano essere tutelati, sempre, perché il risparmio è un bene di tutti i Paesi.

 

Dici cryptocurrencies, dici sicurezza – o cyber-security . Qui c’è molto da fare, in un mondo nel quale gli attacchi informatici stanno crescendo in quantità e qualità con rischi enormi per il sistema finanziario – ma non solo finanziario. Parliamo del furto di dati sensibili: questa attività illecita può minare la fiducia delle persone nelle organizzazioni e nei governi. È un danno reputazione dal quale serve correre ai ripari investendo le migliori risorse per evitare, per quanto possibile, che si verifichino danni di questo tipo.

 

Si è parlato poi della crisi finanziaria che verrà – o meno – e ci si è chiesti a cosa dobbiamo fare attenzione. La realtà è che le idee sono abbastanza confuse, anche se i regolatori sono molto più preparati rispetto a dieci anni fa. Oggi si è più pronti a dare una risposta all’eventuale crisi; meglio sarebbe conoscere le tecniche per evitarla. Dopotutto le crisi sono figlie di squilibri e purtroppo il mondo di oggi di squilibri ne conosce molti, generati da scelte politiche finalizzate a potenziare alcune aree geografiche – vedi la Cina o, sotto certi aspetti, gli USA – o dal tentativo di risolvere la crisi finanziaria dell’ultimo decennio, per indirizzare la quale si è usata la leva della liquidità e, quindi, del debito. Questo ha gonfiato i valori di molti assets e, qualora il ritiro della liquidità ed il rientro del debito si rivelassero troppo repentini, potrebbe verificarsi un effetto indesiderato davvero dirompente. Da dire però che i regolatori e le banche centrali hanno dimostrato un livello di consapevolezza ed un desiderio di accortezza altamente rassicurante. E l’Italia?

 

L’Italia era oggetto, anche a Davos, di parossistica attenzione quando rappresentava un problema per la tenuta dell’Euro. Oggi nessuno crede più, fuori dai confini nazionali, che l’Italia possa fare default sul proprio debito. Abbiamo raccolto alcune visioni favorevoli relative al destino del nostro Paese, sia per la consapevolezza che il debito complessivo sia molto più basso di quello di molti Paesi europei, sia perché l’Italia continua ad essere un player eccellente per quanto riguarda le esportazioni. Certo, ci sono le elezioni; ma gli internazionali si aspettano grosse coalizioni, dalle quali sarà difficile attendersi riforme rilevanti. Tuttavia forse il Paese ha solo bisogno di essere lasciato correre con meno politica industriale – e l’opinione diffusa a Davos era proprio questa – visto che sta dimostrando di saperci fare. Assente, invece, dalle preoccupazioni il tema banche, che rappresenta ormai argomento da riservare ai tecnici del settore. Che differenza rispetto al 2013.