#WEF18, il grande assente? Il credito deteriorato

Primo intervento dell’AD Giovanni Bossi dal WEF 2018

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La finanza non è solo NPL: ce lo ricordano i leader che sono intervenuti al primo giorno del World Economic Forum, che portano la discussione su Shadow Banking e valutazione dei rischi finanziari

 

Il primo giorno del World Economic Forum a Davos è stato caratterizzato da una fortissima visibilità dell’India. Anche – ma non solo – per l’accorato speech del primo ministro Narendra Modi che ha parlato della storia millenaria del suo Paese affrontando temi ambientali, di sviluppo digitale, tecnologia, soluzioni per le energie rinnovabili in India. Il primo ministro ha parlato anche di cooperazione internazionale e di cambiamenti climatici globali, come se avesse avviato un confronto a distanza con ciò che probabilmente caratterizzerà il discorso di Trump atteso per venerdì. Si è parlato di banche e finanza con toni davvero molto diversi rispetto al passato. Oggi la finanza non è più quell’elemento di crisi straordinario che ha segnato gli anni dal 2012 in poi, anche se se ci si interroga ancora su quale può essere la prossima crisi finanziaria.

 

Anticipo che il grande assente dai temi che sono sul tavolo qui a Davos è il credito deteriorato nei bilanci delle banche.

 

La sensazione è che l’argomento degli NPL abbia natura strettamente locale, cioè legata alle banche di alcuni Paesi, tra cui certamente il più importante è l’Italia.

Il fatto che il credito deteriorato sia un tema geograficamente limitato lo pone fuori dall’attenzione del congresso internazionale, lasciandolo al dialogo tra vigilanza e banche. Forse dovremmo riflettere sul fatto che l’importanza sta scemando e che probabilmente, al di là delle suggestioni locali non è su questo tavolo che si gioca la partita della tenuta del sistema creditizio internazionale. Si è invece parlato a lungo dei temi che possono innescare la prossima crisi. Le idee più o meno convergono su aspetti connessi all’attività bancaria non regolata, contenuta in quella che chiamiamo “Shadow Banking”. Si tratta di organizzazioni che fanno il mestiere delle banche – o parte di questo mestiere – senza però sottoporsi alla regolamentazione e quindi senza affrontarne i costi, ma nel contempo senza assicurare quella trasparenza e quel rispetto delle regole che oggi le banche tradizionali invece garantiscono.

 

In questo sistema “Shadow”, che oggi ha assunto dimensioni più grandi dell’intero sistema bancario regolamentato, si annidano rischi difficilmente controllabili. Non è un problema italiano. In Italia il fenomeno è limitatissimo e non rappresenta un rischio sistemico, ma l’interconnessione tra i sistemi finanziari invece ci mette nelle condizioni di temere che una tempesta scatenata, per esempio, in Cina, propaghi effetti sicuramente su tutti i mercati avanzati. Il tema si applica anche alle criptovalute, i cui prezzi sono ancorati non tanto a valori effettivi sottostanti, quanto ad aspettative da parte di chi li compra che il prezzo di domani sia più alto di quello di oggi. Il comportamento in sé è comprensibile, ma c’è da chiedersi se è di interesse collettivo il fatto che milioni di persone scommettano indiscriminatamente su crescita di valore priva di sottostante economico.

 

Il tema dei rischi dai quali può emergere la prossima crisi finanziaria si estende anche alle sovra-valutazioni di alcuni attivi tradizionali, che derivano dalla enorme liquidità esistente sul mercato.

Questa liquidità fa il suo mestiere e spinge gli investitori a cercare rendimenti progressivamente sempre più bassi come conseguenza del fatto che, comunque vada, il costo del denaro è sempre più basso. Naturalmente tutto questo abbondare di liquidità, che ha delle ragioni evidenti nella politica monetaria delle banche centrali, è destinato – gradatamente nel tempo e senza troppi scossoni – a rientrare. Ciò che non sappiamo e cosa accadrà agli investitori quando cominceranno a vedere i primi segnali di inversione di tendenza. Esiste il rischio che qualcuno possa sovrastimare il fenomeno e che, dunque, si generi una corsa collettiva alla vendita degli attivi prima che lo facciano gli altri. Le conseguenze potrebbero essere particolarmente gravi.

 

Più in generale, una bella domanda è giunta da Jacob Frenkel, storico osservatore delle cose di finanza internazionale. Ha chiesto molto semplicemente se siamo in grado di identificare correttamente da dove arrivano i rischi finanziari; e se siamo in grado di dare a questi rischi correttamente il loro giusto prezzo. Non c’è stata risposta. Per parte mia, vedo nella vita quotidiana che in taluni casi siamo nella condizione di identificare i rischi, in altre decisamente molto meno. Quanto a prezzarli correttamente, basta dare un’occhiata ai listini o stare sul mercato per vedere a che prezzo vengono erogati i finanziamenti alle imprese e all’economia; ci renderemmo conto che oggi il giusto prezzo del rischio è stato dimenticato. E questo, forse, rappresenta l’elemento più pericoloso di tutti.